Antonio Rezza – Bahamuth

Antonio Rezza – Bahamuth

di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

Tre prologhi, un corpo

Un uomo steso fa le veci del tiranno.

E cede il passo all’atleta di Dio che volteggia sulle sbarre con le braccia della disperazione.

E poi un nano, più basso delle sue ambizioni, che usa lo scuro per fare, e la luce per dire.

Frattanto qualcuno cade dall’alto e si infila i piedi nella gola.

E quindi la realtà figurata delle vittime del povero consumo, connotate da assenza di astrazione, con il padrone unto dall’autorità del denaro.

Ma si affaccia Bahamuth, l’essere supremo, che dopo breve apparizione si sottrae al tempo e al giudizio.

Mentre la merce si mescola a corpi fatti a pezzi.

Pezzi di uomo ancora da nascere ma già immolati alla meschinità costituita.

E viaggiatori dell’anima con il corpo stanco, alloggiati come bestie a copulare nel grande albergo della carne mozza.

Intanto le sfilate della vanità su corpi zoppi e deceduti.

E un amico che parla senza voce e sente senza orecchie.

Ma il senso della vita si incontra solo all’infinito dove l’uomo fa la fine del capretto da sgozzare.

Brufoli e depressioni tristemente accomunati con le bibite a ghiacciare le parole nella gola.

Ma la corsa al vestire il corpo nudo e verme non da tregua all’uomo pellegrino, mentre le braccia del padrone, camuffate da proletariato, saltano al ritmo di una danza di classe.

E l’orologio segna sempre l’ora in cui un passerotto castrato, si affaccia e grida la sua costernazione sotto forma di cucù, per poi rientrare diligente nella trappola del tempo.

Editti a favore di chi non ha.

Urla squassanti di chi non è.

Urla come indiani, urla che non vengono capite perché non le si vuol capire.

Ma come Bahamut sostiene il mondo, così le immagini si sovrappongono.

E il gran finale, con i personaggi a fare la figura degli sguatteri mentre l’autore che li muove è il gerarca dalla lingua biforcuta.

L’autore è il male dell’opera.

SCENA E STRUTTURA

Dal giocattolo a Bahamuth

In una scatola appena accennata, un uomo trascorre l’agonia che lo porterà a una nuova vita fatta di rigurgiti tribali e storie passate, inquinate da problematiche contemporanee.

Il lavoro di ideazione dello spazio scenico è durato due anni.

Ho concepito la scatola e gli altri elementi scultorei per l’allestimento scenico di Bahamuth pensando a un grande giocattolo, sviluppando l’idea delle sculture in tasca * (una ricerca di microscultura che porto avanti dal 2004).

L’allestimento scenico è composto da pochi elementi – L’abito rosa, in stoffa e metallo, spersonalizza la materia uomo, dando vita a un personaggio antropomorfo che si muove sul palcoscenico col carisma di un essere mitologico incline a problematiche conservatrici.

Il volo è un elemento simile a un ventaglio ingigantito, azzurro e arancio di stoffa e legno: la scultura non riesce a decollare per motivi di spazio e diventa componente estetica, emblema della potenzialità ignorata…. I quadri di scena mutanti frammentano il corpo recitante che si moltiplica col movimento e racconta di un sé contaminato, reattivo fino allo sfinimento.

BAHAMUTH

di Flavia Mastrella Antonio Rezza

con Antonio Rezza

e con Ivan Bellavista

e Giorgio Gerardi

Liberamente associato al “Manuale di zoologia fantastica” di J.L. Borges e M. Guerriero

(mai) scritto da Antonio Rezza

un Habitat di

Flavia Mastrella

collaborazione alla regia e all’ispirazione Massimo Camilli

disegno luci Maria Pastore

documentazione fotografica Stefania Saltarelli

disegni Flavia Mastrella regia Flavia Mastrella Antonio Rezza

Antonio Rezza – 7-14-21-28

di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

E pensare che tutto comincia con un’altalena, un “luogo” che, coinvolgendo quello spirito anarchico e irridente che è Antonio Rezza, non sai mai se sia un’altalena metaforica o psicofisica o “semplicemente” un calcinculo pazzesco. Tant’è: da quando lo conosciamo, Rezza non ha mai cessato di stupire, di prendere il pubblico contromano, di immergerti in un imbuto brulicante di nonsense,un buco nero di cui non vedi il fondo che ti scatena il riso ma anche l’angoscia.

Insomma Rezza è Rezza: prendere o lasciare e il suo pubblico sempre più numeroso prende a piene mani. A Milano, per esempio, si sono formate addirittura le liste d’attesa… Rezza come l’Alitalia, per fortuna che funziona assai meglio.

Per vedere la quintessenza della personalità scenica di questo attore beffardo 7-14-21-28, il suo nuovo spettacolo è perfetto. Vi si mescolano, infatti, tutte le ossessioni, i punti di vista, le idiosincrasie della squinternata ma folgorante Rezza’s way of life: il gioco spiazzante sui numeri come simbolo di una realtà virtuale oppure solo incasinata; l’invettiva; l’invenzione futurista o semplicemente l’invenzione; il luogo scenico – ma dovrei dire l’habitat – che Flavia Mastrella gli crea intorno vissuto come lo spazio di una corrida dove non sai chi sia il toro e chi il torero. Un luogo pieno di trappole, contro cui battersi ma anche colmo di opportunità, in grado di scatenare l’estro del nostro, la sua sghemba fisicità, il suo viso- maschera da Artaud de noantri, il suo ritmo indiavolato che coinvolge anche il suo compagno di viaggio, Ivan Bellavista e, ovviamente, il pubblico.

All’inizio Rezza ti spiazza, non si può fare a meno di chiedersi dove andrà a parare, ma poi capisci il feroce filo logico che unisce i diversi punti del suo monologo in una costruzione ferrea, una strada maestra che non rinuncia alle scorciatoie, quando occorre.

Rezza stivali, calzamaglia aderente,torso nudo, riempie di sé tutto lo spazio scenico, lo stravolge, lo piega alle sue fantasie e insieme distrugge i luoghi comuni: l’amore di padre e quello di patria così tanto per dire, i numeri rigorosamente costruiti come una progressione geometrica che prendono il posto di una confusionaria famiglia allargata, il casino della politica, il teatro giapponese e quello di narrazione fine a se stesso perché lui, Rezza, ama invece il teatro situazionista, in grado di svilupparsi a macchia di leopardo… E intanto “riscrive” in modo esilarante i rapporti fra Otello e Desdemona, inventa la storia di una strana famiglia – re, regina e figlio – tutti zoppi, ma velocissimi e sanissimi nell’inseguire un cerbiatto, che è poi Ivan Bellavista, nudo come un verme, per fargli la festa … È 7-14-21-28, la quintessenza di Rezza. E così sia.

Antonio Rezza – Fotofinish

Fotofinish

di Flavia Mastrella Antonio Rezza

prodotto da Flavia Mastrella e Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e Armando Novara
(mai) scritto da Antonio Rezza allestimento scenico Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli
regia Flavia Mastrella Antonio Rezza E’ la storia di un uomo che si fotografa per sentirsi meno solo.

Apre così uno studio dove si immortala fingendosi ora cliente ora fotografo esperto.
E grazie alla moltiplicazione della sua immagine arriva a credersi un politico che parla alla folla. Una folla che non c’è. Ma che lo galvanizza come tutte le cose che non avremo mai.
Tra un comizio e l’altro arriva a proclamarsi costruttore di ospedali ambulanti che si spostano direttamente nelle case dei malati.
Ed all’interno di questi ospedali c’è sempre lui: sotto le vesti del primario, sotto quelle del degente e sotto quelle delle suore cappellone che sostituiscono la medicina con gli strumenti della fede.

Ben presto, grazie all’inflazione della sua immagine, è convinto di non essere più solo.
E continua nelle sue scorribande politiche delegando se stesso alla cultura per costruire impossibili cinema dove l’erotismo differisce dalla pornografia solo per qualche traccia labile di dialogo.
Ed ipotizza incendi e sciagure, ipotizza uscite di sicurezza per portare in salvo lo spettatore medio che lui stesso rappresenta.
Di tanto in tanto torna dal fotografo che è per costringersi a scattarsi nuove foto.
Ed impazzisce a poco a poco.
Ma mai completamente.

Nel pieno del suo delirio auto presenzialista arriva a farsi donna con tutta la sua nudità camuffata; e a farsi uomo, pensandosi ora l’una ed ora l’altro, immaginando di uscirsi insieme per rientrarsi accanto.

E come politico sblocca ogni piano regolatore per regalarsi una casa ambulante, come gli ospedali, come la disperazione di chi tenta di imbrogliar se stesso.
E solo quando è costretto a mettere un cane a difesa della sua abitazione capisce di esser solo e di essere lui quel cane posto a tutela della proprietà.

Ma con un colpo di coda inaspettato torna da cane a politico ed accusa gli elettori di non aver capito. Di non aver capito che nulla è mai esistito. L’unica cosa che esisteva era la sua solitudine.
Che non può essere fotografata perché la solitudine è l’assenza di chi non ti è vicino.

SCENA E STRUTTURA
L’allestimento scenico è costituito da Cinque elementi, i TOTEM, sviluppano le braccia e tentano di contenere il circostante, appesi ai totem giacciono sculture e volumi mobili che danno la possibilità di percorrere tutto il palco – sono presenti i quadri di scena mutanti*

Il bianco è il colore dominante, in varie tonalità, con squarci di rossi vivaci verdi e blu.

La sfera bianca, rotola in un spazio del quale ignora completamente le regole, vaga come microcosmo mentale abitativo e definitivo.
Lo sferoide con Antonio ruota tra il pubblico nel corridoio centrale del teatro su un prolungamento del palco illuminato .Il mezzo che porta al nulla munito di ruote rende agili gli spostamenti.

Sono previste altre presenze umane in scena con Antonio Un passeggero – Una folla

*i mutanti – sono dei quadri di scena che scivolando dal supporto metallico diventano abito o appendice del corpo. Apparsi la prima volta nell’allestimento di barba e cravatta si sono poi evoluti nel volume con Io

Antonio Rezza – Io

Como poco innanto tra clamori e vanto così l’idea dell’inventura porta la mente a vita duratura.
IO
regia
Antonio Rezza Flavia Mastrella

con Antonio Rezza

quadri di scena Flavia Mastrella

(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli

Il radiologo esaurito fa le lastre sui cappotti dei pazienti mentre un essere impersonale oltraggia i luoghi della provenienza ansimando su un campo fatto a calcio. Io cresce inumando e disumano, inventando lavatrici e strumenti di quieto vivere.
Il radiologo spossato avvolge un neonato con l’affetto della madre, un individualista piega lenzora a tutto spiano fino ad unirsi ad esse per lasciare tracce di seme sul tessuto del lavoro.
Tre persone vegliano il sonno a chi lo sta facendo mentre il piegatore di lenzora, appesantito dal suo stesso seme, scivola sotto l’acqua che si fa doccia e dolce zampillare. Io mangia la vita bevendo acqua rotta che è portavoce dell’amaro nascere, il piegatore di lenzora parte per la galassia rompendo l’idillio con il tessuto amato. Si gioca all’oca, parte il dado di sottecchio, Io si affida alla bellezza del profilo per passare sotto infissi angusti. Ogni tanto un torneo, un uomo che cimenta in imprese impossibili ma rese rare dalla sua enfasi, un ufo giallo scrutante esseri e parole, un visionario vede vulva nelle orecchie altrui.
E Io, affacciato sul mondo terzo dove scopre che, tra piaghe e miseria, serpeggia l’appetito non supportato dalla tavola imbandita.

Infine la catastrofe: Io si ridimensiona…

Como poco innanto tra clamori e vanto così l’idea dell’inventura porta la mente a vita duratura.

SCENA E STRUTTURA

Anche questo allestimento scenico si avvale dei quadri di scena o teli intesi come arte.
Le scene sono coinvolte completamente nell’azione drammaturgica, la struttura è di metallo sottile, sostiene i teli che, disposti in vari piani, risentono del movimento del corpo…
Tutto barcolla.

Il colore dei quadri si espande, il metallo si insinua nella stoffa, i cambiamenti di scena frequenti rinnovano in continuazione l’andatura cromatica. Il giallo, il rosso, il blu di vari tessuti e intensità rispondono in modo diverso alla luce che ne esalta inoltre le diversità della trama.

I verdi in velo, i bianchi di seta, rete o traforati, compatti o trasparenti coprono il corpo rivelandone i contorni; i quadri mutanti hanno vita breve e vengono abbandonati in terra formando macchie colorate sparse in un mondo buio.
La simmetria non esiste, le forme giocano in verticale, i personaggi siano essi solitari o raggruppati, risultano sempre simpatici e vittime di un’agglomerazione.

Antonio Rezza – Pitecus

Antonio Rezza – Pitecus

di Flavia Mastrella e Antonio Rezza

Pria che l’uomo canti due volte e rinneghi il suo spirito libero, lì, a contatto di gallo, l’uomo alzerà gomito e cresta e cozzerà le sue basse ambizioni contro un soffitto di inutile speranza
PITECUS
regia
Antonio Rezza Flavia Mastrella
con Antonio Rezza
quadri di scena Flavia Mastrella
(mai) scritto da Antonio Rezza
assistente alla creazione Massimo Camilli

Gidio è chiuso in casa, Fiorenzo, uomo limbo, sta male fisicamente; il professor Stella, videodittatore dipendente, mostra a migliaia di telespettatori alcuni malati terminali, un padre logorroico non si capacita dell’omosessualità del figlio; Saverio, disinvolto ed emancipato, prende la vita così come viene, cosciente del suo fascino fuggevole. Mirella prega intensamente le divinità per essere assunta alle poste, Roscio, di nome e di fatto, frequenta una nuova compagnia di amici che lo sbeffeggiano a tracotanza. La bella addormentata non prende sonno ed il re, stanco di fasce e capricci, tenta di asfissiare il corpicino bambino. Un giovane studente ha un rapporto conflittuale con la radiosveglia mentre mariti annoiati e lussuriosi vengono rapiti dal fascino indiscreto del solito Saverio, borghese che miete amori ed affitta sentimenti. Un nuovo dibattito a tinte fosche analizza il rapporto uomo-droga, un signore solo e mediocre adotta Fernando Rattazzi a distanza, due ragazzi restano a piedi e sfidano le leggi della sopportazione, uomini che tentano di godersi sprazzi di libertà ma, proprio perché a sprazzi, non la riconoscono più. Giovani handicappati incattiviti e solidali si scagliano contro creato e convinzioni, esseri senza ottimismo dividono il proprio corpo pur mantenendo intatto l’istinto luciferino.

Questi personaggi parlano un dialetto frastagliato e tronco, si muovono nervosetti, fanno capolino dalle fessure e dai buchi dei vasi di stoffa variopinti, i menti e le capoccette pensanti spuntano e si alternano dalle sete, dalle reti e dalla juta dando il senso di quartieri popolari affollati dove il gioco e la fantasia alzano il vessillo dell’incomprensione media. Il quadro di scena è la scenografia mista al costume, ogni storia ha il suo habitat, ogni personaggio un corpetto diverso e mortificato. E’ uno spettacolo che analizza il rapporto tra l’uomo e le sue perversioni: laureati, sfaticati, giovani e disperati alla ricerca di un occasione che ne accresca le tasche e la fama, pluridecorati alla moralità che speculano sulle disgrazie altrui, vecchi in cerca di un’identità che li aiuti ad ammazzare il tempo prima che il tempo ammazzi loro, persone che tirano avanti una vita ormai abitudinaria, individui che vendono il proprio corpo in cambio di un benessere puramente materiale, esseri che viaggiano per arricchire competenze culturali esteriori e superficiali.

PITECUS racconta storie di tanti personaggi, un andirivieni di gente che vive in un microcosmo disordinato: stracci di realtà si susseguono senza filo conduttore, sublimi cattiverie rendono comici ed aggressivi anche argomenti delicati. Non esistono rappresentazioni positive, ognuno si accontenta, tutti si sentono vittime, lavorano per nascondersi, comprano sentimenti e dignità, non amano, creano piattume e disservizio.

I personaggi sono brutti somaticamente ed interiormente, sprigionano qualunquismo a pieni pori, sprofondano nell’anonimato ma, grazie al loro narcisismo, sono convinti di essere originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, avanguardisti. Parlano un dialetto misto, sono molto colorati, si muovono nervosi e, attraverso la recitazione, assumono forme mitiche e caricaturali, quasi fumettistiche.

SCENA E STRUTTURA
Per quanto riguarda i quadri di scena, che consideriamo un’operazione di arte applicata alla drammaturgia, essi conferiscono allo spettacolo un linguaggio figurativo che mischia colori e parole.

L’uso dei materiali si rifà all’arte povera anche se un occhio é sempre attento alla moda ed al costume che influenzano mentalità e portamento dei personaggi.
Nei quadri di “PITECUS” prevale il triangolo, figura mistica un po’ per tutte le religioni: teste spigolose fingono ragionamenti razionali, spicchi di volto incattiviscono somatismi già di per se malvagi e corruttibili.
Colori usati a tinte piatte, gialli, verdi, azzurri, rossi, riportano al mondo dell’infanzia, alle costruzioni, ai giocattoli di legno.

La stoffa avvolge i personaggi completandoli: juta, seta, cotone, sintetici, plastica, li rendono opachi o scintillanti. Parti di corpo che aggrediscono parti di realtà, porzioni di arti che inveiscono contro la narcosi che sembra fare scempio di uomini e desideri, parole tronche che inneggiano alla libera immaginazione: non é stato inventato tutto, non tutto é stato enunciato, le parole sono infinite ed infinite le combinazioni, chi vuole farci credere che non c’é più nulla da scoprire é il primo nemico da combattere.

PITECUS si scaglia contro la cultura dell’assopimento e della quiescenza creativa.

La corsa di Moncicì

di Antonio Salvatore Antonuccio e Carmelo Gallico
Adattamento e regia: Emanuela Giordano
Cast: Lucia Sardo, Claudia Gusmano, Laura Gusmano
Aiuto regia: Luna Manca
Impianto scenico: Andrea Nelson Cecchini
Commento Sonoro: Tommaso Di Giulio
Organizzazione: Daniela De Lillo
Produzione: Teatro91

La Corsa di Moncicì, scritta nel Carcere di Fossombrone, è una storia che non ci dimostra nulla ma che ci suggerisce tanto. Che per esempio, a volte, forse, si può voltare pagina.
Trae spunto da una storia vera, un detenuto l’ ha raccontata ad un altro, scoprendo esperienze comuni. Insieme hanno deciso di scriverla. Uno degli autori ora si sta laureando in Giurisprudenza, ha scritto altri racconti e poesie, pubblicate e premiate, l’altro, in carcere per un omicidio commesso a 18 anni, ha imparato a studiare, a scrivere, a leggere romanzi, ma soprattutto a riflettere su ciò che ha commesso. In carcere si parla di tutto, politica, calcio, donne, ma raramente si parla delle ragioni vere della pena detentiva. Questa volta è accaduto ed è stato elaborato in forma di racconto. Il racconto, successivamente, dopo una serie di colloqui con gli autori, è stato trasformato in un atto unico per il teatro.

Una bambina di nove anni, Laura.
La bambina è nata e vive in Germania
In estate Laura trascorre qualche giorno nel paese d’origine della madre, che si trova nella provincia di Gela, in Sicilia. Ad accogliere Laura ci sono la sorella e la zia della mamma.
Il resto dei parenti dove sono? Sono morti? Sono in carcere? Sono andati a cercare lavoro lontano? La corsa di Moncicì è il viaggio di una bambina nel passato, nel presente e nel difficile futuro della sua famiglia, legata al doppio ceppo di un dolore e di una vergogna. C’è un ragazzo ucciso e ce n’è un altro che, per vendicarlo, è diventato un assassino. Un doppio omicidio ancora la zia e la sorella della madre alla memoria di un figlio/cugino morto e di un nipote/fratello omicida.

La corsa di Moncicì ci racconta e conseguenze di un crimine sull’esistenza non solo e non tanto di chi entra in carcere ma di chi ne resta fuori, ad aspettare, a sostenere, a subire colpe non commesse. Non ci sono che due possibilità: o dimenticare, rimuovere, fuggire lontano o accettare, cercare di capire e mantenere un legame con chi sconta la pena. Un legame che costa in tutti i sensi, soldi , energie, tempo, orgoglio ma che da la possibilità a chi è in carcere di poter credere che c’è qualcuno, fuori, che non lo dimentica e non lo rinnega. La corsa di Moncicì interseca tre generazione, tre lingue, tre punti di vista. C’è il tedesco, lingua della rimozione e di un nuovo decoro cercato altrove, c’è l’italiano televisivo e globalizzato, c’è un siciliano che sembra un estremo tentativo di ancoraggio al passato, quando l’assassinato e l’assassino non erano che due cugini legati dalla prima infanzia ad un patto di amicizia e di mutuo soccorso.
Emanuela GiordanoNote degli autori
Quando si è in carcere per omicidio non si parla del proprio reato. Al più si può far accenno ai fatti processuali, ma quanto accaduto realmente, le emozioni, le motivazioni che hanno portato ad uccidere sono un segreto da custodire gelosamente nella sfera del proprio privato, dell’intimo più nascosto.
La corsa di Moncicì, pur essendo un racconto autobiografico scritto a quattro mani, non sfugge a questa regola: nasce, infatti, non dalla confidenza di un momento, ma da flash, frammenti di ricordi, frasi sussurrate a denti stretti, malinconie e nostalgie raccolte da Carmelo in otto anni di detenzione comune con Antonio.
E quando i muri della diffidenza, le barriere che ogni detenuto costruisce intorno a se, sono venuti meno, Carmelo ha accompagnato Antonio in un viaggio della memoria, quasi un viaggio catartico, che come in un puzzle ricompone i tasselli di una vita, una corsa verso un baratro che ha inghiottito tanti giovani, una corsa con la morte dentro il cuore, perché in quel delirio di violenza non era importante la distinzione tra chi giaceva a terra in una pozza di sangue e chi stringeva in mano una pistola fumante: in realtà quei giovani erano in qualche modo tutti morti. La corsa di Moncicì, però, trova infine nel suo tassello conclusivo un pensiero verso la vittima che allo stesso tempo vuole essere un accenno di speranza verso la rinascita, un riaffacciarsi alla vita nonostante il passato di morte
Carmelo Gallico e Antonio S. Antonuccio

Lo spettacolo ha debuttato al Festival I Solisti del Teatro (Roma – Luglio 2007); è stato replicato presso il Teatro all’Aperto di Palmi (Cosenza – Agosto 2007); Il Teatro Pavoni di Brescia (14 Dicembre 2007), il Grande Teatro Eliseo di Roma (7-8 Febbraio 2008), Piccolo Eliseo d Roma (24 febbraio – 8 marzo)

 

 

Il ragazzo e la sua betoniera

di Raimondo Contini, Raimondo Muntoni, Giovanni Pietro Asara, Luca Michele Falchi,
Marco Lucariello, Bachisio Montesu, Salvatore Nurra, Massimo Perandria, Salvatore Piana,
Giovanni Angelo Piras, Sergio Pischedda, Salvatore Tuccio
Cast: Claudia Gusmano, Stefano Mereu, Laura Rovetti, Adriano Salieri
Musiche:Tommaso Di Giulio
Scenografia:Marta Gargano
Adattamento e regia: Emanuela Giordano
Aiuto regia: Luna Manca

Giuseppe è un ragazzo nulla facente con l’unica passione di collezionare abiti ed accessori firmati. Viene mandato a lavorare in un cantiere edile da un padre abbrutito dalla fatica e poco propenso al dialogo. L’esperienza è disastrosa. Giuseppe scappa dal cantiere ma non dice nulla in famiglia. Ogni mattina esce e fa finta di andare a lavorare. I genitori si illudono che abbia trovato la sua strada e cominciano a fare castelli in aria. Intanto, il tempo passa. A scadenza settimanale Giuseppe è visitato nel sogno da Zirulìa, severa professoressa che lo ha bocciato. La donna assume alternativamente il ruolo di fata turchina (poco incline al pietismo) e di fata morgana tentatrice.
Sono naturalmente le due anime contrapposte del ragazzo, incapace di scegliere quale strada percorrere: quella della bugia, del nichilismo senza uscita, dello sfruttamento protratto delle scarse risorse famigliari, o quella più faticosa che necessita rigore e fatica, un investimento su se stessi, sulle proprie capacità.
Un incubo finale costringe Giuseppe a prendere una decisione.
Dopo qualche settimana la finzione viene scoperta.
Giuseppe si scontra con il padre, si fa picchiare, senza difendersi. Ammette di aver abbandonato il cantiere ma svela di essere tornato a scuola, e di aver recuperato i brutti voti. I genitori increduli davanti ad una pagella di sufficienze non possono che capitolare e sperare in una svolta sincera e duratura.

Note di regia

Il testo originale, affidato a dieci cartelle di racconto, è stato successivamente sviluppato in riunioni collettive con gli autori. Il Ragazzo e la sua betoniera, in seguito, è stato ulteriormente verificato e limato lavorando con gli attori. Ha acquisito così la struttura di atto unico compiuto.
In procinto di adattare questo canovaccio teatrale, popolato da piccoli e grandi personaggi, velocissimi e improbabili cambi di scena (casa, cantiere, scuola, strada) ho proposto agli autori di privilegiare la famiglia come protagonista e la cucina come unico spazio evocato.
In scena quindi abbiamo solo quattro attori, quattro seggiole e un tavolo.
I due interpreti maschili non si “scollano” mai dal loro ruolo di padre e di figlio ma contribuiscono con un intervento ritmico a sostenere “il coro” la storia narrata dalle donne . In sardo “Su coru” , vuol dire anche “il cuore”. “Su coru” fa sentire la sua voce perché gli altri sappiano, “su coru” partecipa e rende partecipi, imprescindibile necessità.
“Su coru” è affidato a un’inedita coppia di affabulatrici, che interpretano via via tutti i ruoli chiave, in un divertito e continuo gioco di parti.
Il sardo (un sardo composto di tanti sardi possibili) è la lingua guida del racconto, citata, ma non abusata, per limiti oggettivi di comprensione e per pudore.
Questa lingua, aspra e molto bella, si presta come tutti i dialetti, alla sferzata ironica
Di cui non potevamo fare a meno.
Nessuno in questa: la madre è depressa, il padre abbrutito, la figlia ossessionata dalla musica in cuffia, la fidanzata dai piercing e Giuseppe, il protagonista, dalle marche dei vestiti. Ci vuole l’intervento di una fata, di un’apparizione notturna quanto mai improbabile per5 ridare speranze al sogno, anche questo contaminato da troppi desideri indotti: ville, piscine, gazebo, moto di grossa cilindrata, macchine sportive, soldi troppo facili:
Il racconto è partecipe, la realtà no, è quasi anestetizzata, come se ormai fossimotutti personaggi di un fumetto da cui non sappiamo “evadere”.
Emanuela Giordano

Lo spettacolo ha debuttato al Festival I Solisti del Teatro (Roma – Luglio 2008)

Via Tarquinia 20

Di Francesco Immobile, Giuseppe Miraglia, Luigi Paladino, Costantino Raia, Pasquale Ruggiero, Guido Severini, Miguel Villarubio

Adattamento e regia di Emanuela Giordano

Cast: Mimoun El Baroni, Fabrizio Coniglio, Giuseppe Gaudino, Frédéric Lachkar, Stefano Mereu, Yaser Mohamed, Fabrizio Odetto, Salvatore Striano.

Adattamento e regia: Emanuela Giordano

Aiuto regia: Silvia Zoffoli

Impianto scenico Camilla Piccioni

Commento Sonoro: Tommaso Di Giulio

Organizzazione: Daniela De Lillo

Produzione: Teatro91
Via Tarquinia 20. Il testo, un breve canovaccio, vincitore del Premio di Teatro Civile Annalisa Scafi 2006, nasce da un laboratorio di scrittura nella Casa di Reclusione di Civitavecchia.
Viene presentato oggi in forma di atto unico della durata di un’ora, grazie ad una serie di incontri di lavoro avvenuti con i detenuti autori ed Emanuela Giordano.
E’ il primo esempio di progetto rivolto al pubblico teatrale che vede partecipare autori detenuti ed attori detenuti o ex detenuti accanto ad attori professionisti.
Via Tarquinia 20 è l’indirizzo della Casa di reclusione di Civitavecchia dove è stato scritto il Canovaccio e successivamente la stesura completa di questo atto unico per nove uomini e un canarino, virtualmente ospiti della stessa cella. 
Sono uomini di estrazione sociale ed etnia diversa. Per passare il tempo iniziano a raccontarsi episodi di vita vissuta, “viaggi” tanto improbabili quanto reali, ma Zazà, il più evoluto, un francese dispotico, elude la curiosità degli altri lasciando il suo racconto senza un finale. Dichiarandosi sazio di storie prive di fantasia chiede che sia fatto silenzio, per poter dormire in pace.
Pepè e Rachid, un peruviano e un egiziano, inizialmente per provocare Zazà, ma prendendoci poi gusto, iniziano allora ad immaginare una partenza per Las Vegas, attraverso un rocambolesco itinerario in cui coinvolgono, volente o nolente, il compagno francese.
Alla catena di avventure si aggregano anche gli altri. Roberto, che sogna esperienze erotiche a bordo di una barca da lui costruita, coinvolge Alì, un marocchino malinconico e Pietro, un ragazzo fragile, impegnato a sopravvivere sul filo del delicato equilibrio che lo lega ad un canarino, vero o immaginario, non sappiamo. Poi ci sono Antonio e Alfonso due napoletani che sembrano usciti dalle commedie di Totò e Peppino. I due, abbandonato l’eterno gioco di carte, improvvisano un brogliaccio che li vede protagonisti di una rocambolesca avventura all’ombra delle piramidi. Di spalle, in disparte, coerentemente muto, c’è “ basso”, il più giovane, che suona appunto un basso elettrico ispirandosi ai racconti degli altri compagni. Infine c’è il canarino, interlocutore privilegiato di Pietro ma soprattutto presenza legata fino all’ultimo istante alla speranza o all’illusione. Speranza o illusione di cosa? Sicuramente di abbandonare al più presto l’isola in cui sono naufragati. Che l’isola sia il carcere, una palude mentale, una difficoltà oggettiva di superare la soglia dell’illegalità, una incapacità di divenire altro da quello che si è diventati? Ciascuno di loro, affiderà al canarino il suo segreto.
Note di Regia
Scrivere “dentro” credo sia, al di là dei risultati, un tentativo di ricostruire la trama della propria esistenza, dare corpo ai pensieri che sfuggono, combattere la perdita di senso d’identità, di futuro.
Via Tarquinia 20 – Biografie di un sogno è un interessante tentativo di scrittura collettiva, fusa in un unico stile leggero e popolare che transita con disinvoltura tra iper realtà e surrealismo. Ha saputo raccontarci la necessità imprescindibile di ogni essere umano di raccontarci un futuro. Certo più che un desiderio di “redenzione” emerge dal testo una palese voglia di “evasione” ma è raccontata con un candore talmente spudorato che per forza di cose mi ha coinvolto. Questo testo ha bisogno di immobilità, scandita da un tempo che non passa mai, sono solo i cervelli che non si fermano, che mandano a sorpresa impulsi, che provocano, che non si arrendono, cervelli che coabitano forzatamente in spazi limitati, producendo di tutto: suoni, schiamazzi, risate, farsa, sogno, poesia e disperazione. Le poche battute introduttive a Via Tarquinia 20, che faccio “lanciare” in mezzo al pubblico, nascono dal ricordo dei cento e più copioni arrivati dalle carceri italiane per il Concorso di Teatro Civile Annalisa Scafi nel 2006. Sono epigrammatici stralci di quei testi. Li ho voluti ricordare e credo si integrino perfettamente con tutto ciò che seguirà.
Emanuela Giordano
Lo spettacolo ha debuttato al Festival i Solisti del Teatro (Luglio 2006).

La vocazione del signor Z.

Liberamente tratto dalla novella La patente di Luigi Pirandello

Con: Luigi di Majo, Ilaria Genatiempo, Alfonso Liguori, Daniele Miglio, Fabrizio Odetto, Francesco Tatò
Scene Tiziano Fario
Luci Vincenzo Lazzaro
Adattamento e regia Francesco Tatò

Probabilmente, dovendo riassumere la sua tragicomica situazione, il signor Z. detterebbe un telegramma di questo tipo:
«Carissimi concittadini –
dopo una vita passata in incognito con me stesso, ho finalmente aperto gli occhi sul mio dono naturale: e questo lo devo a tutti voi che, come una grande ostrica, avete covato la perla nera della mia vera vocazione. Per dimostrarvi la mia perpetua riconoscenza, ho dunque deciso di servire e far fruttare la vostra chiaroveggente saggezza. D’ora in poi io rappresenterò davvero, di professione, la diceria che mi avete cucito addosso come un tatuaggio, e che ormai mi seguirà ovunque come un’ombra.
Sì, perché – vox populi vox dei (o, se preferite, vox diaboli).»